Art à guérir

Garutti, Schneider, Kosuth, Pomodoro, Morris, Parmiggiani, Pirri, Pistoletto, Spalletti:
nove artisti si confrontano con lo spazio medico



relatore: Angela Vettese
Facoltà di Design e Arti, Corso di laurea in Progettazione e produzione delle arti visive, Anno accademico 2007/2008



Guests and Foreigners: Corporal Histories. Joseph Kosuth. Leggi il testo


GATE. Rober Morris. Leggi il testo


UN MOSAICO PER UN OSPEDALE. Claudio Parmiggiani. Leggi il testo


LA SALLE DES DEPARTS. Ettore Spalletti. Leggi il testo


Sette opere d’arte contemporanea si trovano laddove non si attenderebbe d’incontrarle: nel cuore dell’ospedale. Qui la vita, stretta tra malattia e guarigione, si misura con l’inesorabile scacco della fine.
L’interesse principale che ha mosso la ricerca è stata la volontà di mettere a confronto, nei confini delimitati dalla cornice ospedaliera, idee, opere, artisti differenti, osservando verso quali temi, linguaggi, necessità si sia orientata la produzione artistica in relazione con la struttura ospedaliera e le tematiche che la riguardano.
Il lavoro di ricerca si articola come segue: dopo un' introduzione sulla presenza dell’opera d’arte in un luogo del pubblico, il capitolo primo approfondisce la riflessione dell’arte sulla medicina o più in generale sulla malattia e la salute al di fuori dello spazio ospedaliero, portando in discussione alcune occasioni nelle quali l’arte ha assunto il controllo di momenti generalmente gestiti dalla medicina; il capitolo secondo -dedicato all’artista che si confronta con lo spazio ospedaliero- discutere la delicata questione delle leggi di “umanizzazione” che regolano oggi, in Italia, le politiche sanitarie e costituisce l’occasione per avvicinare alla prossimità delle opere trattate nella tesi la lontananza di quelle che i luoghi di cura hanno accolto nel passato, ancora quando, di fronte all’opera ultimata, non si sarebbe potuto in alcun modo parlare di una partecipazione estetica; il capitolo terzo focalizzando l’attenzione sull’artista che si confronta con la medicina permette di osservare la relazione tra l’arte, la scienza e l’uomo (il paziente). Al corpo centrale della tesi seguono le considerazioni finali utili a problematizzare le strategie di assunzione dell’opera da parte della politica ospedaliera.
Rivolgendo l'attenzione allo spazio in cui è in gioco il modo di produrre un’opera il contributo che si intende offrire attraverso tale ricerca è la creazione di un terreno di incontro e di ascolto tra il settore artistico ed uno dei settori non specializzati per accogliere opere d’arte.
Per sviluppare tale studio sono state scelte opere presenti in reparti differenti dell’ospedale e realizzate o inserite nell’ultimo decennio -da quando cioè le nuove leggi per l’ “umanizzazione dell’ospedale” propongono il tema dell’“abitabilità” per allontanarsi dall’immagine sterile e funzionale derivata dai processi di specializzazione e di tecnologizzazione dell’assistenza-. Ad opere “già elaborate” e raccolte poi nel “dono” di un oggetto finito, cioè portate a compimento ancor prima di essere poi, in un secondo momento, donate all’ospedale, vengono avvicinati progetti in cui una proposta curatoriale, mediando tra l’artista e la direzione sanitaria, sia stata accolta dall’artista nella realizzazione di un’opera d’arte specificatamente
pensata per il contesto ospedaliero. Sono state così escluse tutte quelle operazioni di arte “sociale”, a scopo di intervento terapeutico, che costituiscono tutt’altro discorso.
Seppur quindi intessuta su colloqui e interviste con curatori d’arte e medici intorno alla possibilità di dialogo tra arte e medicina, il corpo centrale della tesi riferisce delle opere di Pomodoro, Morris, Parmiggiani, Garutti, Pirri, Pistoletto e Spalletti; attorno ad esse si aggregano i nuclei delle piccole storie raccolte durante gli incontri con i loro autori. Al materiale diretto dell’intervista sono stati affiancati testi sulla storia dell’arte e della medicina, sulla teoria e antropologia medica, sulla genealogia dei luoghi di cura. Analogamente, nell’affrontare il tema dell’opera d’arte accolta all’interno di ospedali, si è tentato di riconoscerne i prodromi attraverso una breve storia dei luoghi di cura del malato, intessuta anche intorno a quelli di assistenza del povero e di reclusione dell’“infame”, dal Rinascimento in poi.
Lo sguardo rivolto alle opere d’arte prese in esame si svolge in una trattazione articolata tra i termini formazione e processo espressivo, piuttosto che tra quelli afferenti alle relazioni, effettive o potenziali, intessute poi tra fruitore e opera.
Il linguaggio artistico, e non l’opera d’arte, è qui inteso come immanente all’espressione e, in un certo senso, disimpegnato rispetto al contesto: tale contesto, attraverso cui il linguaggio artistico conquista la consistenza di un’opera che lo esprime, viene argomentato come lo spazio di un’opera d’arte, ovvero come specificatamente ospedaliero o museale, liberamente “partecipato” o timidamente raccolto. Lo spostamento del piano d’analisi alla dimensione della creazione artistica, non significa evidentemente, dimenticare l’esperienza del singolo spettatore o della comunità di spettatori, ma piuttosto ricercarla nello spazio in cui è in gioco il modo di produrre un’opera, laddove, negli aspetti connessi con la genesi e la creazione dell’arte, è possibile guardare quanto il luogo abbia determinato le singole scelte poetiche – o più in generale fin dove esso possa determinarle – e in che misura lo scambio tra il contesto e l’artista abbia aderito alle forme dell’opera d’arte realizzata. L’architettura non potrebbe quindi essere intesa come mero contenitore dell’opera; essa piuttosto indica i confini entro cui una genesi artistica può diventare intelligibile.
I pezzi –le opere localizzate in differenti zone ospedaliere–, riconoscibili e leggibili singolarmente, lavorano assieme nell’immagine complessiva sistematica e non espositiva di un ospedale immaginario.
È, in un certo senso, un precipitato di elementi, per un viaggio entro i confini dello spazio medicalizzato: nel primo capitolo tre opere artistiche differenti sottolineano il significato collettivo, e al contempo il carattere intimamente privato, di alcuni “momenti” della vita (la nascita e la morte, e la malattia), confrontandosi con lo spazio pubblico della piazza (L’opera è dedicata a lui e ai nati oggi in questa città di Alberto Garutti), lo spazio espositivo (On Dying di Gregor Schneider) e un centro di ricerca sull’Aids (Guests and Foreigners: Corporal Histories di Joseph Kosuth).
L’ingresso all’interno dell’ospedale è segnato da un’opera, quella di Arnaldo Pomodoro (In memory of J. F. Kennedy. 1963/64), la cui genesi è ancora lontana dall’essere in qualche modo interna al contesto che l’ha poi accolta. All’interno del secondo capitolo il viaggio procede dal giardino (con The Gate di Robert Morris) attraverso il cielo di astri decaduti della corsia centrale (Un mosaico per un ospedale di Claudio Parmiggiani), verso il corridoio del quinto piano (Storie d'amore di Alberto Garutti), entrando così in uno spazio via via sempre più medicalizzato, fino a raggiungere la stanza della terapia intensiva (con l’opera Dove, come, quando, perché di Alfredo Pirri). Un’altra tappa la si propone in aree, che seppur interne all’edificio, sono per nulla o poco soggette al controllo della medicina –il luogo di raccoglimento e preghiera (Le Lieu de recueillement et de prière di Michelangelo Pistoletto) e l’obitorio (La salle des départs di Ettore Spalletti)–. Codesta struttura, composta da una serie di episodi che hanno una certa autonomia, reinterpreta l’organizzazione funzionale parcellizzata dello spazio ospedaliero, derivata dal percorso di specializzazione della medicina, nell’immagine di un corpo metaforico.


Paola Monasterolo


Interventi artistici: «stranieri o ospiti nell’ospedale?»

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